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Nations League: il futuro del calcio italiano riparte da Mancini

Dopo una serie di rocamboleschi colpi di scena, al netto di polemiche e strumentalizzazioni, la Nazionale italiana ha l’obbligo di ripartire e ritrovare entusiasmo e un’idea di futuro. E il futuro della Nazionale è un po’ il futuro del calcio italiano.

Da un buon decennio – al di là di sporadici (e anche grandi) successi – il calcio italiano è progressivamente sprofondato in una crisi di identità, prima ancora che di qualità.

Il futuro del calcio italiano

Prima la mentalità, poi la tecnica

Tanta attenzione, troppa, agli aspetti squisitamente commerciali, in un mondo nel quale le cifre non hanno fatto che crescere, senza una ragione comprensibile, in una grande bolla trainata dalla Premier inglese, con tanti nuovi investitori, non necessariamente troppo interessati alle partite sul campo da gioco.

Una caotica globalizzazione che ha toccato anche i nostri club, con pochissimi ancora ancorati a livello di proprietà e dirigenza alla storia e alla tradizione.

Difficile poi stupirsi troppo se un giovane di 20-30 anni pensi ai premi (peraltro modestissimi rispetto ai guadagni nel club) quando si tratta di scendere in campo nella sfida decisiva di qualificazione a un Mondiale. Con quella maglia azzurra che tantissimi in passato (e si spera non troppo pochi ancora oggi), pagherebbero di tasca propria per poterla indossare, foss’anche solo per pochi minuti.

L’Italia ha bisogno di giocatori che sognano la maglia azzurra: sono questi gli uomini che possono dare una svolta al futuro del calcio italiano e aiutare anche i più talentuosi a trovare la giusta motivazione.

Il futuro del calcio italiano passa da piccoli gesti, ma forti, come potrebbe essere l’eliminazione dei gettoni di presenza per le convocazioni in azzurro, così come dei premi e dei bonus legati al raggiungimento di un qualche tipo di successo.

E la stessa logica potrebbe guidare gli introiti da eventuali sponsorizzazioni o diritti d’immagine legati alla maglia, che potrebbero essere destinati al sostegno al calcio giovanile o in azioni di beneficenza. La Nazionale come premio e privilegio, da sudare e meritare, non come un impegno o un lavoro tra i tanti, da indennizzare.

Per le tasche dei giocatori cambierebbe poco (sono cifre comunque irrisorie rispetto ai salari nei club), ma il messaggio sarebbe importante, spezzando la logica che sia il soldo a definire il valore delle cose, quando è la maglia azzurra a essere un riconoscimento e una responsabilità impareggiabili.

Un giusto mix tra piedi buoni, testa, e tanta grinta e determinazione

L’Italia ha saputo vincere, nella sua storia, quattro Coppe del Mondo; solo il Brasile ha saputo fare meglio.

In tanti momenti della storia, i tifosi si sono divertiti a discutere su chi fosse il migliore calciatore al mondo, confrontando i fuoriclasse (italiani) del momento, con tutta una serie di straordinari confronti: Rivera e Mazzola; Antognoni e Beccalossi; Conti e Causio; Baggio, Del Piero e poi Zola e naturalmente Totti.

Senza parlare degli altri ruoli, come l’incredibile tradizione di difensori di altissimo livello, o le incertezze su quale portiere schierare, solo per citarne alcuni, da Zoff a Bordon, fino a Zenga, Tacconi, Pagliuca, Buffon e Toldo (e chissà quanti ne stiamo dimenticando).

Ma accanto a questi fuoriclasse, c’erano sempre encomiabili e fondamentali compagni, o abusando di un termine ciclistico, i cosiddetti “gregari”, instancabili macinatori di chilometri, che pur non avendo il piede magico di un Baggio, sapevano spesso essere decisivi per costanza e determinazione.

Come gli Oriali e i Furino, o più recentemente il “soldatino” Angelo Di Livio o l’instancabile Gattuso o mastini della difesa come Materazzi o Chiellini o Barzagli.

Non per forza Baresi o Scirea, ma comunque abbastanza per sapere che nessun attaccante avversario avrebbe avuto vita facile. Il futuro del calcio italiano passa anche da uomini di sacrificio, capaci di compensare le imperfezioni della tecnica con cuore e grinta straordinari.

Idee chiare e timone dritto

Il futuro del calcio italiano passa dalla consapevolezza che non per forza si deve giocare “bene” o dare chissà quale “spettacolo”, perché lo spettacolo è anche nel senso della sfida. Perché la qualità è anche nella tattica di gioco, perché uno 0 a 0 non vale necessariamente meno di un 2 a 2.

Lo insegna anche il recente Mondiale: non bastano i tanti gol per avere emozioni vere, se l’impressione è di difese inesistenti e di una qualità inferiore rispetto alle edizioni precedenti.

Lo insegna – l’ultimo Mondiale – anche per il percorso straordinario di nazionali come Paraguay e Capoverde, col coraggio di saper impostare partite difensive spesso quasi perfette, ingabbiando totalmente avversari sulla carta smisuratamente più forti.

Il futuro del calcio italiano ha bisogno di idee di gioco e di motivazione, come ha bisogno di uomini capaci di ignorare le pressioni esterne e trovare la via della vittoria, nonostante tutto (lo insegnano gli ultimi trionfi mondiali con Bearzot nel 1982 e Lippi nel 2006). Uomini di calcio con la forza di non preoccuparsi troppo di pressioni mediatiche o d’altro tipo.

La Nazionale oggi come oggi non può puntare su campionissimi, che non ci sono in nessun ruolo e, al momento, neppure in prospettiva. Ma può ricostruirsi e fare bene trovando la propria forza nel gruppo, nella motivazione e nell’organizzazione tattica in campo. E per questo, a essere decisive sono soprattutto carattere e personalità.

La Nations League ormai imminente

Francia e Belgio (come nel 2024), e Turchia (nel 2024 c’era Israele): un girone certamente complicato in assoluto, e particolarmente complicato date le condizioni di avvicinamento dell’Italia alla Nations League 2026-2027. Il futuro del calcio italiano riparte da quattro sfide complicate e zero tempo per prepararle.

Mancini CT Italia, Roberto Mancini con Chiellini, Gravina e Mattarella al Quirinale nel 2021Mancini CT Italia, Roberto Mancini con Chiellini, Gravina e Mattarella al Quirinale nel 2021
Foto: Presidenza della Repubblica, Quirinale.it via Wikimedia Commons (attribuzione richiesta — quirinale.it)

Roberto Mancini avrà a disposizione appena un paio di allenamenti prima della sfida d’apertura con il Belgio, il 25 settembre all’Olimpico di Roma. Ossia, neanche cinque giorni dopo la domenica di campionato nella quale si disputerà la quinta giornata di Serie A, e soprattutto nessuna occasione d’incontrare la sua Nazionale prima dei giorni immediatamente precedenti la sfida con il Belgio.

Dopodiché, già il 28 settembre, sarà il momento della trasferta in Turchia, mentre il 2 ottobre gli Azzurri faranno visita alla Francia. Il 5 ottobre, nuovamente in campo con la Turchia, stavolta in casa.

Quattro partite nel giro di 11 giorni, tutte difficili e con avversarie ampiamente superiori a quella Bosnia che pochi mesi fa ci ha precluso le porte del Mondiale.

Tutte le avversarie dell’Italia al Mondiale 2026 c’erano, e non ha fatto male (neppure la Turchia, nonostante un’eliminazione prematura e parecchio sfortunata).

Oltre ai tempi strettissimi, per non dire nulli, di avvicinamento alla Nations League, non mancherà qualche malcelato fastidio per aver dovuto “concedere” tanto spazio alla Nazionale, col rischio di infortuni e conseguenti assenze dalle partite “importanti” (quelle di una Serie A ostinatamente ancora a 20 squadre, che negli ultimi anni ha regalato rimarcabili vette di mediocrità).

Ed è proprio su questi aspetti che si gioca una partita nella partita. La mentalità non si cambia dall’oggi al domani, non con un decreto, e nemmeno con piccoli gesti simbolici se non integrati in un progetto organico di cambiamento.

La Nazionale che si presenterà a fine settembre sarà per forza di cose simile a quella delle ultime apparizioni, ma il vero banco di prova, allora, non sarà tanto il risultato di ottobre – quanto la capacità di non usarlo come alibi,

Se il problema è strutturale, allora anche una Nations League difficile andrà letta per quello che è, un sintomo, non la causa, di un futuro del calcio italiano che ha bisogno di tempi e di spazi per ricostruirsi. Spetterà alla Federazione il difficile compito di creare questi tempi e questi spazi, anche al prezzo di mettere, almeno ogni tanto, le esigenze dei club in secondo piano.

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