Guardando la Serie A di queste settimane emerge una sensazione difficile da spiegare: le squadre cambiano volto da una domenica all’altra, i titolari non sono più quelli che si recitavano a memoria, e la Nazionale sembra un insieme di ottimi giocatori più che una squadra. Chi tifa per un grande club la avverte forse più degli altri, perché per decenni i grandi club sono stati la spina dorsale dell’Italia.
Il punto non è che il calcio italiano produca meno talento. È che il talento non vive più insieme, e il vecchio vantaggio azzurro era proprio quello.
Il vero plus azzurro è il gruppo
L’Italia ha vinto spesso senza avere i giocatori più forti del torneo. Lo ha fatto grazie a squadre compatte, in cui i compagni si conoscevano a occhi chiusi, e a una cultura tattica che sapeva soffrire, difendere e colpire nel momento giusto. Il gruppo compensava quello che magari mancava in qualità pura.
Quel gruppo nasceva quasi sempre nei club. Il Mondiale del 1982 aveva il blocco della Juventus. Nel 1998 e nel 2002 la Nazionale veniva dalle grandi di allora, Milan, Inter, Juventus, Roma, Lazio e Parma, con difensori e centrocampisti che si affrontavano ogni domenica e si ritrovavano a Coverciano già abituati gli uni agli altri. Il Mondiale del 2006 ne è stato il punto più alto: la squadra di Berlino si reggeva su Juventus e Milan, con la Roma di Totti e De Rossi accanto. Il ct trovava automatismi già pronti.
Il talento non è sparito
Sarebbe comodo dire che oggi mancano i giocatori, ma non è necessariamente vero. Le nazionali giovanili continuano ad arrivare in fondo ai tornei, e diversi azzurri hanno valutazioni da capogiro. Donnarumma gioca nel Manchester City, Tonali nel Tottenham, Calafiori nell’Arsenal.
Nemmeno i non moltissimi Azzurri schierati titolari in Serie A sono necessariamente da rimproverare ai club. Una società sceglie i giocatori che la rendono più forte, e lo fa pensando al campo, non alla Nazionale. È una scelta razionale, ed è normale così.
Il problema è dove finisce quel talento. Una volta le grandi italiane erano la calamita: ingaggiavano i migliori azzurri e se li tenevano che ne diventavano le bandiere per tanti anni. Oggi la calamita è la Premier League, che paga di più e attira i giocatori più pronti. Le nostre grandi comprano all’estero, e gli azzurri si dividono tra squadre inglesi e club di media classifica che offrono loro minuti veri.
Gli azzurri all’estero
Mai come oggi la Nazionale dipende da chi gioca fuori dall’Italia. È un bene per la crescita dei singoli, che si misurano ogni settimana con il calcio più ricco e intenso d’Europa. Ma ognuno arriva in ritiro con un sistema di gioco diverso, compagni diversi, abitudini diverse.
Nessun club fa più da base di blocchi azzurri. La stessa Inter, oggi la squadra che dà più azzurri, porta pochi giocatori, e nel gruppo di Mancini i titolari della Juventus semplicemente non ci sono. Il ct deve inventare in pochi giorni quello che una volta il campionato gli consegnava in buona parte pronto.
La fine dei titolari inamovibili
L’altro cambiamento è più sottile. Dal 2020 l’IFAB ha portato le sostituzioni da tre a cinque per partita, e due anni dopo la regola è diventata definitiva. Vale in tutto il mondo, quindi non spiega da sola le difficoltà italiane. Però ha cambiato l’idea stessa di squadra.
Con cinque cambi metà della squadra di movimento può cambiare a partita in corso. Gli allenatori ragionano su sedici giocatori, non su undici, e l’ultima mezz’ora è spesso un’altra partita. Juventus-Napoli di domenica lo ha mostrato bene: la Juventus ha vinto con due gol nati da giocatori entrati dalla panchina.
Il risultato è che nei club quasi nessuno è più titolare fisso. La coppia di centrali che gioca insieme tutto l’anno, il centrocampo che il tifoso sa elencare senza pensarci, il numero dieci che esce solo se si fa male o quando il risultato è ormai fissato: figure sempre più rare. I giocatori arrivano in Nazionale abituati a ruotare, e il ct fatica a trovare chi regge sempre novanta minuti e chi possa diventare un punto fermo.
Nelle prime partite di Nations League Mancini ha cambiato formazione di continuo, e soltanto Donnarumma è partito sempre titolare. In parte è normale: è l’inizio di un ciclo, con tante facce nuove e gli esordienti da valutare. Anche nel suo primo anno, nel 2018, aveva ruotato molto prima di trovare la squadra.
Il 2021 dice che il gruppo si può ancora costruire
Ed è proprio la sua prima esperienza a offrire la risposta. L’Italia che ha vinto gli Europei a Wembley non nasceva da un blocco di club. Mancini l’aveva costruita in Nazionale, in tre anni di convocazioni stabili: lo stesso portiere, la stessa difesa, lo stesso centrocampo con Jorginho, Verratti e Barella a ogni raduno, una lunga serie di partite senza sconfitte. Il gruppo era fatto di abitudine, creata dentro la Nazionale e non arrivata dal campionato.
Quel gruppo si è sciolto in fretta, e nessuno ne ha costruito un altro. Sono arrivati due Mondiali mancati, l’ultimo con i playoff persi in Bosnia.
Rifare il 2021, partendo da più lontano
Oggi il compito di Mancini è lo stesso di allora, ma più difficile: creare in Nazionale il club che non esiste più. Scegliere presto un’ossatura, chiamare sempre gli stessi, dare a difesa e centrocampo il tempo di diventare una cosa sola, anche a costo di lasciare fuori qualcuno in un buon momento di forma.
Il calcio dei titolari fissi e dei blocchi di club non torna. Ma il plus azzurro non è morto: non arriva più dalla Serie A, va costruito a Coverciano. È la scommessa su cui si regge il percorso dell’Italia verso i prossimi Europei.